Design Didattico

Instructional Design & Media Education



Media Education: insegnarla ai giovani…e non solo!

Category : Med, Riflessioni · No Comments · by Set 21st, 2017

Uno degli aspetti che meno viene considerato nel dibattito tra Animatori Digitali e Team Innovazione è l’educazione ai “Nuovi Media”. Presi dagli ultimi ritrovati tecnologici, dai più recenti (e non sempre utili) gadget e app presenti in rete, corriamo il rischio di non interrogarci su aspetti ben più profondi e significativi connessi al ruolo delle nuove tecnologie. Ecco, ad esempio, una serie di questioni profonde che le cosiddette “nuove tecnologie” potrebbero suscitare:

  • Quale ruolo ha l’identità in un contesto ormai pervasivamente connesso?
  • La “connessione” perenne può determinare una “disconnessione” intima e relazionale?
  • Come cambiano le relazioni nel momento in cui esse di determinano dentro e fuori i contesti digitali?
  • Quali sono i rischi e le opportunità che le cosiddette “nuove tecnologie” ci presentano?
  • Il ruolo dei social media ha anche una valenza “esclusiva” oltre che “inclusiva”?
  • Il “digital divide” non va forse arricchito col concetto, più delicato e complesso, di “competenza digitale”?
  • Quali ambiti non possono e non devono entrare nel dominio dei nuovi media? E perchè?

Questi non sono che alcuni aspetti, tra i più rilevanti credo, che le nuove tecnologie ci impongono di discutere; occorre convincerci del fatto che non siamo (per lo più) educati all’uso di certi strumenti, non dominiamo determinate conseguenze (basti pensare ai recentissimi quanto luttuosi fatti di cronaca), e non ne prevediamo gli effetti nè a breve nè a lungo termine.

Se dunque noi adulti ed educatori siamo così poco esperti del problema, come possiamo pretendere che i nostri studenti siano utenti consapevoli ed equilibrati? A tal proposito credo che una delle azioni più urgenti, dal punto di vista culturale e politico prima che tecnico, che gli Animatori Digitali ed i Team dell’Innovazione possono sponsorizzare (e anche discutere se ne hanno competenza) sia quella di:

  • Introdurre la Media Education a scuola (possibilmente non tramite solo progetti occasionali ed episodici)
  • Promuovere il dibattito sull’uso critico degli strumenti di connessione (social network in primis)
  • Estendere la discussione alla comunità di genitori
  • Coinvolgere personale esperto in materia (psicologi, pedagogisti, etc.)

Pertanto invito tutti i colleghi Animatori a non preoccuparsi solo e soltanto di tematiche povere e insignificanti (come l’implementazione dell’ultima app per tablet) o meramente tecniche, ma li esorto ad innalzare il livello, culturale e politico, del dibattito in oggetto favorendo quanto prima e quanto più possibile l’educazione ai nuovi media.

In prossimi contributi in merito verranno date indicazioni operative e soggetti competenti da coinvolgere per progetti ad hoc.

Emiliano Onori

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Collaborazione DesignDidattico e Nova 24 Blog Sole 24 ore

Con grande piacere e soddisfazione si comunica l’inizio della collaborazione tra DesignDidattico e il noto portale di informazione e approfondimento Nòva 24 (http://imparadigitale.nova100.ilsole24ore.com/) del Sole24Ore.

Qui il primo contributo legato alla metodologia didattica del Webquest

 

INFO E CONTATTI

Emiliano Onori (docente e formatore)

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Service Learning: cosa è e come implementarlo nella didattica d’aula

Introduzione

Si sente sempre più spesso parlare di Service Learning, ma cosa è esattamente? Si tratta di un approccio didattico che coniuga “apprendimento” e “servizio” (per lo più sociale) reso alla comunità. Espresso in questi termini potrebbe confondersi con una sorta di volontariato, ed infatti questo è uno degli equivoci più diffusi in merito a tale pratica didattica. Tuttavia, sebbene il Service Learning condivida i valori del volontariato (attenzione sociale, sensibilità per l’altro, interesse per la comunità), non coincide con esso, ed essenzialmente per un motivo: nel Service Learning l’obiettivo è comunque l’apprendimento, aspetto che nel volontariato è decisamente secondario o, al più, subordinato all’attività da svolgere.

Elementi costitutivi del Service Learning

Vediamo ora quali sono gli aspetti che più di tutti caratterizzano il Service Learning. Possiamo individuarne tre:

  1. Ruolo attivo e primario degli studenti. Quando si progetta una attività sociale che abbia una ricaduta di apprendimento (ad es. la creazione di gruppi di studenti che facciano da guida turistica) occorre mettere al centro sempre il ruolo degli allievi, sia nella scelta della attività da svolgere, sia nella sua pianificazione, esecuzione e valutazione finale
  2. Le attività da realizzare devono rispondere ad un reale bisogno della comunità. Non tutte le attività si prestano al Service Learning. Occorre dare assoluta precedenza a quelle che in qualche modo possano dare risposte a dei bisogni concreti e reali espressi dal tessuto sociale in cui è innestata la scuola. Da questo punto di vista il Service Learning può dar luogo ad un vero apprendimento “situato”.
  3. L’azione solidale deve essere parte integrante dell’apprendimento e non una sua ancella. Questo è l’aspetto inizialmente più difficile da prevedere e progettare; ogni azione sociale promossa dal Service Learning dovrebbe integrarsi alla pari con l’apprendimento che essa promuove ed implica, e non esserne mero pretesto e scusa.

A che serve il Service Learning

Dopo aver chiarito, in estrema sintesi, cosa sia il Service Learning, vediamo in che modo possa risultare utile come pratica didattica. Innanzi tutto occorre premettere che si tratta di una “Metodologia Didattica Attiva”, vale a dire un approccio che vuole mettere al centro dell’apprendimento lo studente nella costruzione del suo sapere e, in particolare, nella elaborazione dei bisogni della sua comunità di appartenenza. Anche in questo caso potremmo esemplificare in tal modo:

  1. Il Service Learning serve a far sentire i ragazzi protagonisti del proprio processo di apprendimento;
  2. Il Service Learning ha anche lo scopo di farsi carico dei bisogni dell’altro e di cercare, in qualche modo, di risolverli;
  3. Il Service Learning ha pure l’obiettivo di far comprendere che l’apprendimento è significativo quando è situato in un contesto reale e non simulato e quando coinvolge il vissuto dell’allievo.

La “carta di identità del Service Learning”

Italo Fiorin, uno dei massimi esperti italiani del tema in oggetto, parla di “carta di identità del Service Learning”, enucleando alcuni aspetti che non dovrebbero mancare in un percorso di “apprendimento e servizio”. Vediamo quali:

  1. Curricolare: l’argomento didattico oggetto del servizio deve rientrare nella normale programmazione annuale del docente, non si tratta quindi di fare “altro”, ma di fare “lo stesso” in “altro” modo;
  2. Interdisciplinare: un valido percorso di Service Learning non può che toccare vari ambiti, anche se non necessariamente varie discipline; in tal senso occorre quindi dedicare attenzione non solo ai tradizionali contenuti ma anche ai legami con altre discipline o con le cosiddette soft skills;
  3. Orientato alle Competenze: l’apprendimento che deriva da questo approccio non ha come obiettivo primario i contenuti, ma le competenze che coi contenuti vengono messe in campo;
  4. Orientato all’apprendimento significativo: un buon Service Learning coniuga partecipazione, emozione, vissuto, impegno, interesse, competenze e motivazione, aspetti che possono trasformare in “significativo” un apprendimento altrimenti piuttosto neutrale;
  5. Orientato al Cambiamento: quello che si impara e si fa col Service Learning non è solo un sapere ma un agire. In altre parole questa metodologia non vuole veicolare solo contenuti, ma tramite contenuti agire sulle pratiche dello studente e quindi del cittadino;
  6. Partecipato: per sua natura un apprendimento come quello in questione non può essere realizzato in solitudine ma richiede un doppio binario di partecipazione: tra pari, cioè col gruppo classe, e tra il proprio gruppo e la comunità;
  7. Responsabilizzante: i contenuti e le pratiche messe in atto in un percorso di Service Learning hanno, tra gli altri, lo scopo di responsabilizzare gli allievi alle problematiche e alle dinamiche sociali del territorio e della comunità in cui vivono, pertanto hanno lo scopo di rendere gli studenti partecipi e responsabili;
  8. Collaborativo: come detto sopra, un percorso di Service Learning richiede collaborazione, anzi la collaborazione è la sua propria essenza.

Le fasi di un Service Learning

Compresi dunque principi e caratteristiche del Service Learning è il momento di vederne le fasi di attuazione. Esse sono cinque:

  1. Motivazione: occorre chiedersi perchè si vuole fare una azione piuttosto che un’altra. Qui gli studenti, in raccordo coi bisogni del territorio, sono veramente partecipi della costruzione del loro percorso;
  2. Diagnosi: occorre capire quale possa essere la criticità sociale che la comunità sta evidenziando, in tal modo sarà possibile pianificare al meglio l’intervento;
  3. Ideazione e Pianificazione: è necessario pianificare l’intervento da realizzare, riflettendo su possibilità, rischi, incognite, vincoli, possibilità. Questo aspetto è coordinato dal docente ma di nuovo mette al centro studenti e comunità;
  4. Esecuzione: dopo aver pianificato è arrivato il momento dell’intervento che potrà avere una durata variabile in base a molti fattori (obiettivi, tempi, eventuali finanziamenti, partecipazione di soggetti esterni, etc.)
  5. Chiusura e Valutazione: dopo aver terminato l’intervento è assolutamente importante un momento di riflessione non solo sui contenuti appresi ma anche sulla qualità dell’intervento e sull’impatto del cambiamento.

Stato dell’arte in Italia ed Esempi

Cosa si sta facendo in Italia in merito al Service Learning? Oltre a parlarne (invero non molto!), poco, molto poco. Al momento grande è l’enfasi per l'”alternanza scuola-lavoro” che è ben altra cosa. In ogni caso alcune realtà si stanno muovendo nella direzione segnalata dal Service Learning. In particolare c’è un tavolo aperto al Miur che prevede la presenza di tre regioni (Toscana, Calabria, Lombardia) e il coordinamento del prof. Italo Fiorin, poi c’è la regione Lombardia, particolarmente sensibile al tema, ed infine la scuola di Alta Formazione della Lumsa, dedicata proprio al Service Learning (qui maggiori dettagli).

E proprio grazie all’impegno della Lumsa è possibile prendere visione (qui) di alcuni interessanti progetti già svolti di Service Learning.

I Vantaggi del Service Learning

Come tutte le Metodologie Didattiche Attive anche il Service Learning non si adatta a tutti i contesti e a tutti gli argomenti, anzi, vista la sua apertura “oltre l’aula” (per citare un importante testo di Italo Fiorin), è opportuno valutare bene prima tutti i pro e contro che esso può generare. In ogni caso alcuni vantaggi sono innegabili, tra i più significativi:

  • Maggiore senso di responsabilità sociale
  • Migliore relazione con gli altri
  • Più attenta sensibilità alle diversità culturali
  • Apprendimento situato quindi più significativo
  • Più stretta relazione docente-allievo
  • Clima scolastico più disteso.

Conclusioni

Il Service Learning è un approccio didattico che, in una società ipercomplessa e sempre più individualista, merita la nostra attenzione. Diversamente dall’alternanza scuola-lavoro, che tanto fa discutere, esso si concentra sui bisogni di una comunità, bisogni che sempre più spesso rischiano di essere marginalizzati o, peggio ancora, cancellati, in luogo di una narrazione ottimisticamente colpevole. La scuola che intraprende percorsi di Service Learning vuole rimettere la cultura, ma anche la formazione e l’educazione, al centro delle relazioni sociali, oggi sempre più minacciate da dinamiche commerciali e di profitto.

 

Emiliano Onori

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Il destino della Lezione Frontale

Category : Riflessioni · No Comments · by Ago 6th, 2017

 

INTRODUZIONE

L’attuale situazione della scuola italiana sta vivendo un interessante momento di transizione. Da un lato il ricambio generazionale dei docenti sta portando in cattedra insegnanti sempre più giovani, sebbene l’età media dei docenti italiani resti una delle più alte in Europa, dall’altro il Miur col Piano Nazionale Scuola Digitale sta dando un notevole e meritorio impulso alla formazione in servizio.

Sullo sfondo ci sono i cosiddetti “nativi digitali”, ossia quei giovani che, nati nel nuovo millennio,utilizzano quotidianamente le tecnologie, seppure molto raramente in modo consapevole ed efficace. A queste nuove generazioni si rimprovera spesso una bassa attitudine al ragionamento astratto e si imputa loro uno scarso mantenimento della concentrazione per più di qualche minuto.

È davvero così avvilente il quadro? Oppure è il metro di analisi che falsa il giudizio? In altre parole: siamo davvero convinti che sia opportuno misurare le competenze, ma pure abilità e conoscenze, degli attuali studenti con strumenti di misura “novecenteschi”? E siamo sicuri che il “milieu”, l’ambiente socioculturale in cui sono inseriti i cosiddetti “nativi digitali” non li spinga, talora quasi inevitabilmente, ad un tipo di ragionamento meno simbolico e più reattivo?

LO SCENARIO CULTURALE DEI “NATIVI DIGITALI”

Vediamo lo scenario culturale degli studenti nati tra gli anni ’70 e ’80: costoro, alcuni dei quali oggi probabilmente docenti, erano assolutamente meno esposti, rispetto alle attuali generazioni, ad un “regime iconografico” così pervasivo e costante come quello odierno; allo stesso tempo essi avevano strumenti di formazione ancora essenzialmente legati al paradigma lineare del libro di testo; infine erano dotati di un immaginario meno “colonizzato” dalla signoria dell’autorappresentazione social, in altre parole erano meno esposti al giudizio esterno che non fosse quello dei loro pari “reali” e non “virtuali”, vivevano cioè in “piazze reali”, decisamente meno popolate di quelle attuali tipiche dei social network.

Pensiamo che tutto ciò non abbia inciso in modo irreversibile sui loro pattern mentali?

Quello che spesso si finge di non capire è che internet ha cambiato in modo radicale, irreversibile e velocissimo un sistema culturale che, sotto certi aspetti, era fermo da decenni se non da secoli. È successo quello che è accaduto con la stampa, ma con la differenza che è avvenuto in un poco più che un decennio. Noi docenti non possiamo non considerare questo fenomeno ogni qual volta entriamo in classe a tenere una lezione. Ed eccoci arrivati al punto nodale: può, in questo scenario, la lezione frontale ancora sopravvivere? Certo, ma solo se affiancata ad altre strategie che possiamo chiamare “metodologie attive”.

COSA SONO LE “METODOLOGIE ATTIVE”

Per “metodologie attive” si intendono quelle strategie didattiche che mettono l’alunno al centro del proprio processo di apprendimento, coinvolgendo la sua creatività e il suo senso di iniziativa, non prescindendo naturalmente dai contenuti curricolari. Una classica lezione frontale, al contrario, mette al centro non lo studente ma i contenuti o, peggio ancora, il docente medesimo. Essa non stimola la creatività dei ragazzi che, per quanto affascinati, non hanno che un ruolo passivo all’interno di quel contesto didattico. Le “metodologie attive”, al contrario, richiedono unapartecipazione diretta dello studente, mediante attività che il docente di volta in volta individua come formative.

ESEMPI DI “METODOLOGIE ATTIVE”

Un esempio può essere la “classe capovolta”, nella quale gli alunni, dopo aver visionato dei materiali didattici a casa, di norma dei video, lavorano in classe su attività predisposte dal docente. Altro esempio può essere il “digital storytelling”, al cui interno gli studenti sono chiamati ad inventare una storia la cui stesura, senza dubbio, deve mostrare lo studio di contenuti disciplinari (ad esempio la vita di un autore o di un personaggio storico), ma al contempo invita gli studenti ad immaginare scenari di “fiction” di loro invenzione.

Facciamo un esempio: la spedizione in Gallia da parte di Giulio Cesare.

Questo contenuto può essere spiegato tramite lezione frontale e richiesto dal docente in modo altrettanto frontale e senza il minimo apporto di creatività da parte dell’alunno. L’insegnante, in questo caso, non può che valutare il grado di “ritenzione” dei contenuti che lo studente mostra, difficilmente avrà modo di vagliare, ad esempio, alcune competenze messe in atto dagli studenti.

Altro esempio di “metodologia attiva” può essere il “problem based learning”, l’apprendimento cioè basato su problemi.

In questo scenario agli studenti è consegnato un problema la cui risoluzione in parte fa leva su contenuti disciplinari noti, in parte su contenuti che, durante la risoluzione medesima, col supporto del docente, gli alunni da soli o in gruppo costruiranno. Il vantaggio di questa, come di altre “metodologie attive”, è che non esiste un modo univoco per rispondere al problema dato, ma una molteplicità di soluzioni, alcune più alcune meno efficaci ovviamente, che gli studenti possono trovare. In un contesto di tal genere anche l’errore diviene significativo poiché esso, lungi dall’essere la cosa più grave che uno studente possa commettere, diviene semplicemente una strada meno efficace o per nulla efficace per rispondere ad un contesto formativo.

Ulteriori “metodologie attive” possono poi essere: apprendimento cooperativo, apprendimento tra pari, dibattito, gioco di ruolo e apprendimento situato. In comune esse hanno: centralità dello studente, risoluzione molteplice degli scenari didattici proposti e infine valutazione e autovalutazione durante tutto il processo, quindi non solo al termine e non solo da parte dell’insegnante.

QUALE IL DESTINO DELLA LEZIONE FRONTALE?

Con ciò non si vuole lasciare intendere che la lezione frontale sia da abbandonare, ma semplicemente crediamo sia giunto il momento di circoscriverla ad un limitato numero di contesti didattici, e non innalzarla dunque al rango di “strategia regina” al cui cospetto le altre o scompaiono o ne divengono ancelle. Indubbiamente la lezione frontale può risultare ancora molto proficua, ma solo se affiancata ad altre soluzioni didattiche; riteniamo del resto che gli studenti possano essere meno annoiati da un’ora di lezione “attiva” e più partecipi del proprio processo di apprendimento.

D’altro canto è onesto dire che non tutte le “metodologie attive” siano consone a tutti i contesti; ad esempio l’apprendimento cooperativo è poco adatto ad affrontare problemi di immediata soluzione; la classe capovolta è meno efficace se si basa su video legati ad argomenti particolarmente complessi che richiedono continue precisazioni da parte del docente; il digital storytelling poco si addice a discipline marcatamente tecnico-scientifiche (sebbene non sia impossibile utilizzarlo in tal senso).

In definitiva possiamo sostenere che ogni argomento, ed ogni contesto classe, ha una strategia più efficace di altre, sta al docente e alla classe scegliere di volta in volta quella più idonea. Senza dubbio proseguire ciecamente col metodo frontale porterà a sempre più scarsi risultati e ad un sempre più evidente calo dell’attenzione e della motivazione in classe.

IN QUALI GRADI DI SCUOLA INTEGRARE LE “METODOLOGIE ATTIVE”?

Le “metodologie attive” sono storicamente e proficuamente implementate, in Italia, specialmente nella scuola dell’infanzia e primaria. Tendono invece a passare in secondo piano nella secondaria di primo grado fino quasi a sparire in quella di secondo grado, specie nei licei. Ed è proprio in questi contesti che tali metodologie andrebbero incentivate e promosse. Pensiamo, ad esempio, a quanto potrebbero trarne giovamento discipline che, negli ultimi anni, hanno subito un “apparente invecchiamento” dovuto in particolare all’antiquato modo di insegnarle: la filosofia e le lingue classiche. È ancora possibile insegnare la materia di Platone come avveniva 20 anni fa? Per altro con un numero di ore settimanali spesso diminuito? O sarebbe più opportuno, e forse più avvincente, studiare la disciplina “per problemi”? Per altro avvicinandosi alla prassi che, millenni fa, ha fatto nascere la filosofia medesima? Non sarebbe il caso di farla di nuovo “rinascere” dalla “meraviglia”?

Piuttosto che impartire uno schematico quanto noioso catalogo di filosofi, non sarebbe più motivante porre problemi, lasciarli dibattere ai ragazzi ed infine presentare le soluzione che, nel corso della storia, sono state date dai singoli pensatori? Oppure pensiamo al latino e al greco: è ancora possibile che la prova di verifica standard sia sempre una “versione di traduzione”? Perché non pensare a strategie diverse, come ad esempio il metodo “natura” oppure l’apprendimento per problemi. Il modo migliore di salvaguardare tali discipline, oggi, è solo e soltanto quello di innovarle, nel profondo.

CONCLUSIONI

Questo sguardo generale sulle “metodologie attive” aveva l’obiettivo di iniziare a mettere in crisi un modello collaudato, ma forse antiquato, quale la lezione frontale. Superare tale approccio non è facile, significa per i docenti abbandonare un luogo rassicurante ed ospitale, ma forse deserto, per intraprendere un cammino complesso in direzione dei nostri alunni, che oggi abitano spazi culturali completamente diversi dai nostri. La sfida è epocale, e non saranno le tecnologie in sé a risolverla, al limite potranno indirizzarla e supportarla, ma solo a patto che restino un mezzo e non un fine del nostro insegnamento.

Emiliano Onori

L’articolo è stato pubblicato per la prima volta su http://www.youreduaction.it/metodologie-attive-emiliano-onori-design-didattico/

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Il Digital Storytelling in classe: le tipologie

Category : Riflessioni · No Comments · by Mar 26th, 2017

Il digital storytelling, la tecnica con cui imparo contenuti didattici (e non solo) tramite la narrazione di storie, può essere declinata in varie tipologie. Si premette che il Dst (digital storytelling), diversamente da quanto si possa immaginare, non è adatto solo alle discipline umanistiche come la letteratura e la filosofia, ma ben si presta anche a quelle cosiddette scientifiche come la matematica, fisica, informatica e scienze. Il limite sta nella fantasia del docente e nella sua disponibilità a sperimentare nuove metodologie didattiche non frontali.

A questo proposito vediamo dunque quali possano essere alcune diffuse tipologie di Dst:

  • Prologhi e/o finali alternativi; adatta alla riflessione su un’opera letteraria
  • Spin Off; si tratta di una narrazione che parte da personaggi e situazioni nati come secondari in altre narrazioni, ma particolarmente apprezzati dal pubblico da meritare una produzione a sè (celebre il caso de I Pinguini di Madagascar!); anche questa si adatta particolarmente bene alla stesura di narrazioni che prendano spunto da libri e film
  • Dialoghi immaginari; questa tipologia è utilizzabile pressochè in ogni disciplina e consiste nel far dialogare personaggi appartenenti ad epoche diverse o anche alla medesima, su temi oggetto di studio da parte dei ragazzi. Un esempio potrebbe essere far dialogare Aristotele e Platone sul tema della fisica e metafisica, oppure Newton ed Einstein
  • Interviste impossibili; affine alla precedente, si tratta di un dialogo dove, di norma, un contemporaneo (in genere lo studente) intervista un autore o un personaggio storico studiato o da studiare
  • Ricostruzione storica; Dst particolarmente impegnativo, prevede la ricostruzione storica di un evento (di norma molto ristretto nello spazio e nel tempo) a partire da fonti fornite dal docente o, perchè no, reperite dallo studente (magari a partire da sitografia o bibliografia fornita dall’insegnante)
  • Racconto; forse il Dst per antonomasia, esso tuttavia risulta sconsigliabile a chi si avvicini per la prima volta a questa metodologia didattica poichè rimane molto difficile, in quanto ha in genere uno “schema libero”, che non prevede vincoli come i casi precedenti. Per semplificare questa tipologia è possibile inserire tutta una serie di indicazioni da rispettare. Facciamo un esempio: “Scrivi un racconto di 4 pagine, con un personaggio desunto da un’opera letteraria a te nota, ambientato in luogo chiuso, senza dialoghi e con finale aperto”. In tal modo il Dst può riuscire in modo più semplice.
  • (Auto/Pseudo)Biografia: il racconto della vita (naturalmente un “frammento” di vita!) di un personaggio e, se si è particolarmente creativi, di un oggetto. Un esempio: la vita della pietra che è divenuta celebre poi col nome “Pietà di Michelangelo” (una a scelta!)
  • Reportage: qui il Dst confine con un’altra interessante tipologia didattica che è appunto il reportage; per differenziarlo da quest’ultima è rigorosamente richiesta una voce narrante
  • Programma TV: non sembra un Dst ma lo è; è possibile ipotizzare  che gli studenti strutturino una sorta di palinsesto di una puntata di un programma di divulgazione scientifica (ad. es. Quark, Ulisse, etc.) e realizzino un breve clip video di qualche minuto del programma medesimo

Naturalmente le tipologie sono più numerose, ma con queste è già possibile partire.

In caso di interesse si organizzano corsi e workshop sulla suddetta metodologia.

Emiliano Onori

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24 e 24 Febbraio al Festival Didattica Digitale di Lucca parleremo di Media Education e Instructional Design

Category : Eventi, Riflessioni · No Comments · by Feb 22nd, 2017

 

Giovedi 23 e Venerdi 24 a Lucca a parlare di

Instructional Design e Media Education

al Festival della Didattica Digitale.

Emiliano Onori

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Flipped Classroom: l’apparato locomotore (scienze ed educazione fisica)

Category : Riflessioni · No Comments · by Feb 5th, 2017

Nel presente modulo viene affrontato un tema tanto complesso quanto frequente nella secondaria di secondo grado: l’apparato locomotore. Il modulo si pone come obiettivi didattici:

1. Distinguere tra “ossa”,”articolazioni” e “muscoli”

2. Riconoscere i vari tipi di “suture ossee”

E’ poi presente:

  • un video didattico (già presente in rete)
  • un testo di rinforzo
  • un lessico di base (necessario data la specificità dell’argomento)
  • un esercizio visuale (riconoscimento tessuti da immagini)
  • un esercizio attivo: disegnare legamenti, muscoli ed ossa
  • un esercizio di riconoscimento a partire da http://www.healthline.com/human-body-maps/

Anche in questo caso la realizzazione è molto semplice: si tratta di reperire contenuti già presenti in rete, ordinarli e predisporre esercizi, che possono essere svolti anche in modalità 1.0, vale a dire con carta e penna…anzi…matita.

Ecco il modulo:

 

 

 

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“Scuola Digitale: Le Buone Pratiche”. Liceo Città di Piero, 12 Dicembre ore 21.00 SANSEPOLCRO (AR)

Lunedi 12 Dicembre 2016 ore 21.00 presso Aula Magna Liceo Città di Piero sede Triennio si terrà l’evento “Scuola Digitale: Le Buone Pratiche”. Sarà l’occasione per parlare di

  • dotazione tecnologica del liceo
  • impegno nell’approccio al digitale come problema culturale
  • buone pratiche didattiche

In particolar modo verranno illustrate 15 buone pratiche didattiche da altrettanti docenti, supportati dagli alunni, che mostreranno come il digitale sia entrato a pieno titolo nella didattica quotidiana del Liceo.

Ecco alcuni esempi di attività didattiche che verranno presentate:

  • Google Apps for Education (G Suite)
  • Progettazione Grafica e realizzazione di Pannellistica
  • Portafoglio Virtuale per lo studio della Borsa Online
  • Robotica Educativa
  • Gestione Contabilità tramite software Mexal
  • Gamification e Kahoot
  • Visual Studio
  • Studio Statistica con Excel e Google Fogli
  • Certificazioni Ecdl ed Eucip
  • Videoconferenza
  • Smartlab: laboratorio di fisica con Smartphone
  • Reportage Didattico
  • Social Network & Didattica

L’evento è stato realizzato dal Dipartimento Innovazione (Ad, Team, Docenti) dell’istituto e coordinato dal prof/ad Emiliano Onori.

 

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Flipped Classroom: lezione su Cibo Spazzatura

Category : Riflessioni · No Comments · by Nov 23rd, 2016

flipped-classroom-junk

 

Nel seguente modulo svolto in modalità capovolta si affronta un tema piuttosto trasversale: il junk food (cibo spazzatura). I ragazzi, e non solo loro, spesso ne sono consumatori, sicchè è opportuno renderli consapevoli di una serie di rischi cui vanno incontro. L’obiettivo del modulo, che potrebbe essere svolto da insegnanti di educazione fisica e scienze/biologia, ha i seguenti obiettivi:

1. Favorire coscienza alimentare negli alunni

2. Sensibilizzare ad una dieta sana

E’ presente

  • un video da cui partire
  • un testo di rinforzo con domande online
  • uno schema di esercizio in classe da svolgere in singolo o in gruppo (anche con carta e penna)
  • al termine il documentario Super Size Me (forse rimosso da Youtube, in ogni caso presente qui https://www.youtube.com/watch?v=jAnCOHCVjyU)

Ecco qui di seguito il modulo, realizzato con tackk. Ricordo che per la realizzazione del modulo non sono richieste particolari competenze informatiche nè la registrazione di video poichè tutti i materiali utilizzati sono presenti in rete.

 

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Corsi Pon-Pnsd con 40 iscritti: come erogare una formazione di qualità?

Category : Riflessioni · No Comments · by Nov 2nd, 2016

corsi-40-iscritti

In questi giorni le segreterie, spesso col supporto degli animatori digitali, stanno iscrivendo i docenti ai percorsi di formazione pon-pnsd, in particolare a corsi per animatori, team e docenti. In alcuni casi la piattaforma indire, necessaria per la procedura di iscrizione, ammette sino a 40 (!) docenti. Ora la domanda è semplice: come effettuare una formazione di qualità con 40 iscritti? A molti la cosa può apparire normale, ed in effetti molti corsi di formazione sono aperti a numeri di partecipanti ben più alti. Tuttavia se, come spesso ci è richiesto (persino nei bandi di reperimento dei formatori), vogliamo avviare una formazione laboratoriale, attiva, partecipativa, cooperativa e non frontale, come gestire tutte queste presenze? Si obietterà che senza dubbio ci sarà un certo tasso di abbandono, il che è senza dubbio vero, tuttavia al momento pare davvero molto alta la motivazione dei docenti che inizieranno la formazione, sicchè il tasso di abbandono potrebbe non essere alto.

In tale contesto possono verificarsi tali scenari:

  • alcune scuole ammettono (non so su che base normativa) solo 20 iscritti e dirottano gli altri su altri corsi
  • alcune scuole non hanno laboratori per 40 iscritti
  • alcune scuole potrebbero sdoppiare i corsi, il che dal punto di vista logistico e amministrativo appare piuttosto difficile
  • alcune scuole potrebbero sdoppiare, nel medesimo incontro, il macrogruppo di 40 in 2 sottogruppi da 20, sempre che possano fare riferimento a dei tutor capaci e molto ben organizzati col formatore
  • alcuni docenti, vistisi “respingere” dal corso scelto, potrebbero non partecipare alla formazione o farlo demotivatamente
  • alcuni formatori dovranno “curvare” i loro interventi (concepiti per gruppi poco numerosi) per una platea più ampia, col rischio di erogare momenti di formazione molto frontali e poco laboratoriali

Questi gli scenari più probabili. Forse la fattispecie dei “40 scritti” non sarà la norma, ma potrebbe verificarsi in molti casi. A questo punto, verosimilmente dopo il 3 novembre, data di chiusura della piattaforma per l’iscrizione ai corsi, sarebbe opportuno un chiarimento da parte del ministero per dirimere e gestire nel migliore dei modi le fattispecie su menzionate.

Emiliano Onori

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